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Il manifesto del Cisterna Film Festival

Il manifesto del Cisterna Film Festival

firmato da Simone Olivieri

Vi mostriamo l’intervista fatta al fotografo Simone Olivieri in occasione della quinta edizione dell’ormai rinomato Cisterna Film Festival che ha utilizzato una sua suggestiva fotografia come Figura ufficiale dell’evento.

weddart studio manifesto cisterna film festival docente Simone Olivieri Giuseppe De Angelis, Il manifesto del Cisterna Film Festival

Anche per il 2019 il Cisterna Film Festival sceglie come immagine per il suo manifesto un’opera realizzata da un autore locale. Terzo anno consecutivo per una fotografia, questa volta è di Simone Olivieri l’occhio dietro l’obiettivo che ha realizzato questo ritratto carico di sentimento.

Cos’è per te la fotografia?
La fotografia per me è un insieme di cose, non è solo tecnica, fortuna, o occhio. La fotografia è la rappresentazione viva e reale di ciò che ho dentro e che muta con il tempo, con i giorni, con le emozioni, perché non sono sempre felice come non posso essere sempre triste. È anche il racconto della mia visione, di come vedo le cose e le persone, insomma è la rappresentazione del mondo attraverso i miei occhi.

Cosa deve avere una foto per essere tale?
Una fotografia deve saper emozionare, deve poter dare qualcosa a chi la osserva altrimenti resta semplicemente un’immagine.

Come nasce questa foto? Quale è la sua storia, dove e quando l’hai scattata e chi è il soggetto ritratto?
Nell’ottobre 2016 sono partito per l’India con l’intenzione di percorrere più di 4000 km in auto e scoprire tutto lo stato del Rajasthan. Sapevo di entrare in una cultura completamente diversa dalla nostra ed ero preparato a questo, ma appena ho messo piede in India mi sono reso conto di essere stato catapultato completamente su un altro pianeta. Mentre percorrevo la strada che porta da Udaipur a Jaipur mi ero fermato per un ingorgo (tra l’altro frequentissimi in India dato l’elevatissimo numero di automobili che percorrono le strade ogni giorno), e vedo avvicinarsi questo ragazzino dall’aria triste in cerca di qualche moneta in cambio di un palloncino colorato. Mi ha colpito subito il suo sguardo, quegli occhi, era tutto una contraddizione: il colore e la lucentezza dei suoi occhi in opposizione al suo umore così “opaco”, il colore dei suoi palloncini e quello dei suoi indumenti. Gli ho scattato una foto prima di aprire il finestrino e di dargli ciò che si aspettava. 

Sei molto conosciuto come fotografo di moda, eppure negli ultimi anni ti sei dedicato alla fotografia di reportage: quali sono i soggetti che cerchi?
Più che i soggetti io cerco le emozioni, cerco le storie nei volti di chi ha vissuto, di chi ha viaggiato, sofferto, lottato e di chi lo sta ancora facendo, perché per emozionare basta essere emozionati, facendosi trasportare dagli eventi dalle storie che ti affascinano e che sempre più spesso ti lasciano dentro qualcosa.

La foto scelta per il manifesto 2019 si lega al tema all’Asia, che sarà il centro del Cisterna Film Festival quest’anno. Hai viaggiato molto in questo continente: cosa ti hanno lasciato quei giorni e come hai vissuto le relazioni con gli asiatici?
Personalmente sono molto attratto dalle culture asiatiche, mi incuriosiscono forse perché anche i paesaggi asiatici sono molto vicini a ciò che amo vedere, ma voglio soffermarmi sull’India, dove ho realizzato questo scatto. L’India è un paese che affascina e lascia un profondo stupore, l’India ti assale, ti blocca, ti prende tutti i sensi; l’India crea tantissime emozioni contrastanti per le quali non puoi rimanere indifferente; l’India è un immenso paese che vive di enormi contraddizioni. Infatti, nonostante sia uno dei motori principali dell’economia mondiale, ha una grandissima frattura che divide il mondo tecnologico e innovativo da quello rurale ed antico, legato a tradizioni popolari, miti e leggende, che spesso condizionano e travolgono le persone. Almeno un terzo della popolazione indiana vive al di sotto della soglia di povertà, una fetta di persone sempre più  spesso ignorate e considerate una piaga della società.
Nel bene e nel male l’India ha saputo coinvolgermi: la sua grande spiritualità frastagliata dalle sue molteplici religioni, i suoi tanti colori che sembrano nati per distogliere l’attenzione dal “buio”. La sua cultura e la sua popolazione hanno saputo darmi gioia e tristezze, concedendomi di ampliare ancora il mio bagaglio culturale ed emozionale. La genuina ospitalità della popolazione e le continue feste mi hanno coinvolto ed emozionato: è sicuramente un paese da ammirare, ascoltare ed assaporare con rispetto ed attenzione.

Oltre che fotografo sei anche direttore della fotografia e hai firmato diversi progetti in questo ruolo tra cui anche un lungometraggio, Dead Country. Racconta di questa esperienza e cosa rappresenta per te il cinema, quale è il vostro legame?
Sono molto appassionato di cinema anche perché fondamentalmente si tratta di fotografia in movimento. Penso che fare il direttore della fotografia sia un po’ l’aspirazione di tutti i fotografi o almeno di chi ha ambizioni particolari. Gestire la luce in un film è estremamente complesso ma emozionante al tempo stesso perché è qualcosa di dinamico e creativo. Ho avuto la possibilità di sperimentarlo più volte nella mia carriera artistica, sia per produzioni indipendenti che per produzioni Rai. L’esperienza nel lungometraggio Dead Country è stata ambiziosa e stimolante, si trattava di realizzare un film d’azione in stile hollywoodiano con zero budget. Amo le sfide, per questo ho accettato e ho deciso di collaborare come produzione e come direttore della fotografia. Abbiamo girato per le vie di Roma con pochissima attrezzatura a disposizione, ma nonostante tutto abbiamo avuto ottimi risultati.

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